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3 cose che solo chi ha disturbi alimentari può capire

 

I disturbi alimentari sono delle vere e proprie patologie e come tali vanno affrontati. Sono in molti a credere che basti la forza di volontà per superarli, ma questo è falso. Chi soffre di disturbi alimentari difficilmente riuscirà a risolvere questa problematica da solo, senza l’aiuto di persone esterne, tra le quali psicologi e terapeuti, che lo guidino in un cammino di rinascita e guarigione.

 

1 Incomprensione

Chi soffre di queste patologie (anoressia, bulimia, binge) spesso si sente solo ed incompreso. Si rende conto che chi gli sta attorno non capisce la sua vera sofferenza, il perché di tanto dolore e così si isola ancora di più, rinchiudendosi in un proprio mondo fatto di sofferenza.
Chi non soffre di disturbi alimentari non può capire l’importanza che il cibo ha nella vita di queste persone, il fatto che tutto ruoti intorno a questo ambito, che talvolta fa nascere anche atteggiamenti di tipo ossessivo che portano a cercare di avere il controllo assoluto sul proprio corpo e sulla propria vita. La paura di ingrassare, sopratutto nei casi di anoressia e bulimia, è grande e sempre impossibile da sconfiggere.

Ci si vede sovrappeso anche quando visibilmente non lo si è ed il proprio corpo appare come inadeguato, imperfetto. Piccole cose, che agli occhi di chi è esterno al disturbo, sembrano banali, diventano responsabili di veri e propri stati ansiosi e l’ansia diventa purtroppo una delle peggiori compagne di chi soffre di tali patologie.

Anche mentre si è a scuola o al lavoro, mentre si è fuori con gli amici o con il proprio compagno, il pensiero del cibo è assillante.
Solo chi soffre di disturbi alimentari può capire quanto può essere fastidioso consumare un pasto in pubblico.

 

2 Il controllo meticoloso

Chi è soggetto a questa patologia infatti tende a controllare meticolosamente ciò che introduce all’interno del proprio corpo, ricorrendo appunto al vomito o a dei lassativi per espellerlo e quindi mangiare in mezzo alla gente non è facile. Si ha paura del giudizio degli altri, di quello che amici, parenti, conoscenti e persino sconosciuti possono pensare, si ha paura che la gente non comprenda davvero quello che si sta passando, si ha paura della costrizione a mandare giù quel boccone in più, perché questo è ciò che é meglio fare, perché questo è più sano. Se volete aiutare una persona che soffre di questo disturbo non costringetela a consumare un pasto in un luogo pubblico, in mezzo a tante persone, perché in questo modo la farete sentire circondata, se non addirittura aggredita ed immensamente sola, incompresa.

Ricordatevi che anoressia e bulimia sono belve dure da sconfiggere perché divorano da dentro chi le vive, li consuma, lentamente. E’ importante essere comprensivi ma non comportarsi come se si fosse dei veri e propri terapeuti perché questo potrebbe portare il malato a non ricercare una vera e seria cura presso un professionista, che lo aiuti a capire qual è il problema e come affrontarlo nel migliore dei modi.

 

3 Gli aiuti sbagliati

Gli approcci sono tanti e tanti i modi di agire. Una frase del tipo, cosa ti costa mangiare qualcosina in più, detta da una persona cara ma anche meno cara, ferisce chi ha queste patologia, in quanto mangiare di più vorrebbe dire perdere il controllo ed è questo ciò che fa davvero paura.
Chi non soffre di disturbi alimentari non sa quanta sofferenza ci sia dietro ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni parola di coloro che sono affetti da questa patologia.

E’ vero, magari c’è chi sta peggio, ma questo non vuol dire niente, il malato soffre a prescindere se ci siano malattie più gravi ed invalidanti della sua. Si sa che la vita non è facile per nessuno, questa è un’ovvietà che il malato conosce bene, ma la battaglia che egli sta combattendo è già molto difficile ed estenuante e non c’è alcun bisogno di caricarsi delle sofferenze di altri, in questo modo non ci si sentirà certo meglio.

Molti pensano che la colpa di tali disturbi sia del malato stesso ma non è così e questa convinzione non può che far sentire gli ammalati soli e creare in loro una sofferenza ancora maggiore. Non si sceglie mai un male in linea di massima, si sceglie qualcosa perché si pensa che a modo suo possa essere un bene e questo è il caso dei disturbi alimentari.

Anche frasi come, io so come ti senti, a volte anch’io non mi piaccio… possono divenire un pugno nello stomaco, in quanto colui che ha questo tipo di male vive il suo non piacersi come un non valere niente, quindi come un qualcosa che non è strettamente legato alle sue qualità fisiche ma che corrisponde più che altro ad uno stato interiore.

 

Come comportarsi quindi? Bisogna stare vicini a questi malati, essere disponibili nei loro confronti e fargli sentire questa vicinanza ma non in modo pressante, non in modo esagerato, consigliando sempre l’ausilio di un terapeuta. E’ importante ricordare e chi soffre che al di là del suo problema gli si vuole bene per ciò che è.
Molto spesso chi ha disturbi alimentari (e in alcuni casi non a torto) è convinto che ci sono delle cose che solo chi patisce gli stessi disturbi può comprendere: l’importanza e la centralità del cibo, quanto può essere fastidioso mangiare in pubblico ed il conseguente giudizio altrui, quanto realmente può essere grande la sofferenza legata a queste patologie. Ma con un po’ di tatto e qualche accorgimento si può cercare di avvicinarsi il più possibile al loro sentire.

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Riccardo MacCormick

Scritto da Riccardo MacCormick

Scrivo quello che mi passa per la mente e delle mie esperienze, scrivo dell'ansia che ho sconfitto e della vita che amo.

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